“Pace a voi!”

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. (Gv 20,19-20)

Perché le feste di Natale? Le luci, le spese, le cene, gli addobbi e l’albero, … anche il presepio! Ma qual è la ragione di tutto questo? O meglio è più interessante chiedersi: quale ne è la ragionevolezza?
Il rischio, lo conosciamo bene, è quello di una rappresentazione di cui resta poco e che non racconta.

Il versetto del vangelo della sera di Pasqua ci riporta al cuore del Natale!!! Bisogna passare per forza da quelle righe, quelle parole, quelle sensazioni, quel sangue….


Non c’è altro motivo per cui celebrare la nascita di quel bambino, uguale a tutte e tutti gli altri, se non perché è già l’uomo della risurrezione! Che nasce fuori dal villaggio così come morirà fuori dalla città; che porta le ferite della costruzione quotidiana di relazioni di cura per la persona, della denuncia dello sfruttamento e della esclusione, dell’interesse personale, del confronto a testa alta con il potere di ogni genere perché splenda la verità e con essa la giustizia.
Non c’è altro motivo di fare Natale, se non si vedesse in quella mangiatoia, Colui che è già “pane” di vita nell’amore e nel servire, nella condivisione.

Non ci sarebbe altro motivo di cercare la stella in cielo se non fosse il segno di speranza dell’alba della risurrezione, che dà senso e conferma al prezzo della pace, il sogno di Dio per l’umanità!

E allora si può riconoscere come quelle ferite che il Risorto mostra ai suoi, le mostra ancora oggi e dicono che l’impegno e il servizio alla giustizia e alla pace vedono Dio stesso spendersi per salvare l’umanità e restituire speranza.
E quel Bambino che sarà il Risorto dice ancora “Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,28) e lo sperimentiamo ogni volta che scegliamo di metterci in gioco nel servizio educativo e nella raccontare a tutte e tutti come “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14), perché “in nessun altro c’è salvezza” (At 4,12).

Il nostro servire di Capo e Capi, potrà anche essere accompagnato da ferite e fatiche; mai fecondo senza la presenza di quel Bambino, che chiede di essere tenuto tra le braccia, per insegnarci a custodire e accompagnare ogni ragazzo, ogni ragazza e così il nostro tempo.

L’educazione alla pace si fa prima di tutto nel quotidiano. L’annuncio del «Principe della pace» esige un no deciso alla logica bellica e scelte coerenti con esso. Esige il coraggio della parola che non vuol vincere, ma convincere, che sa essere semina di verità. Esige una testimonianza di speranza, uno stile di vita che abbia carattere dimostrativo e renda visibile, nell’abito esteriore e nel comportamento, l’aver scelto la pace come regola. Esige l’impegno umano portato fino ai confini del mondo, per tracciare sentieri che superino la violenza, nella cura dell’altro, nella pratica della misericordia e nella fraternità vissuta, per una pace disarmata e disarmante, per dire: «Mai più la guerra!».

CEI, Educare a una pace disarmata e disarmante



Buon Natale e Buone Feste!
Alessandro, Don Fausto, Laura e il comitato regionale

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